Giovanni Petta

Giovanni Petta - Home

Giovanni Petta - Narrativa


contatore web free counter

Giacinto 

Ciò che di terribile ci fu in quella giornata ai espresse in un lugubre pensiero mattutino: ormai leggevo i libri così come si sta accanto ad un parente malato e vicino alla morte.

Andavo avanti con le pagine, sentendo che quello era il mio compito. Nello stesso tempo desideravo che finisse presto, che arrivassi il prima possibile all’ultima pagina, anche se mi vergognavo di pensare in quel modo.

Ci sono dei momenti, di stanchezza patologica, in cui il corpo si ribella. Lotta anche contro le più banali regole di comportamento, di minima umanità. Così si spera che arrivi presto la fine del lavoro che si sta portando avanti, anche se quel lavoro è un dovere morale, anche se quel lavoro significa stare accanto a chi ha condiviso con te il pane, la sofferenza, la vita.

Leggevo i libri nello stesso modo. Continuavo a piegarmi allo sforzo di capire, di decodificare quei segni che arrivavano dentro di me attraverso gli occhi stanchissimi, e, nello stesso tempo, speravo in un incendio, nell’incendio della biblioteca di Alessandria d’Egitto, nella fine della letteratura.

Ciò che accadde nelle cose, nella materia della quotidianità, ciò che avvenne nella realtà contemporaneamente alla presa di coscienza della mia disfunzione libresca non fu altrettanto sorprendente. Né instillò nel mio animo terrori da film horror.

C’era un morto. C’era un cadavere che digrignava i denti verso di me pur non avendo, io nei suoi riguardi, alcun legame di parentela, né di causalità. Non sapevo chi fosse. Non lo conoscevo ed era ormai tardi per conoscerlo. Se fossi arrivato qualche ora prima forse l’avrei trovato vivo e persino simpatico. Così com’era ora, freddo e disinteressato alle mie cose, non poteva farmi alcuna simpatia.

Quando avevo aperto la porta della cucina e lo avevo trovato lì, sul pavimento bianco con le fughe nere, in quella pozzangherina di sangue rosso rosso, avevo subito pensato alla grafica di un programma televisivo da proporre a qualche televisione locale, scritte e fondi di quei colori che si potevano realizzare anche con Power Point, in una diapositiva, salvarla poi come immagine e metterla tra le interviste e i commenti da studio.

Più che la preoccupazione di una tragedia tanto inattesa e cioè quell’uomo morto o addirittura ucciso in casa mia, continuò a terrorizzarmi il pensiero del mio modo di leggere i libri. Prima di chiamare la Polizia, mi fermai a riflettere ancora qualche minuto su quello che era il vero dramma della giornata: avevo scoperto di leggere così come si sta al capezzale di un morituro.

L’uomo a terra aveva trovato una comoda posizione tra una delle sedie prese da poco all’Ikea e il frigorifero bombato che avevo portato via dalla casa dei miei. Con la testa rivolta all’insù, mostrava i denti e la parte superiore del palato. Guardai da vicino, anche verso il basso, come fanno i medici per dire che la gola è sempre un po’ arrossata e che bisogna prendere un antibiotico e starsene a riposo per qualche giorno.

Preparai un caffè al poliziotto che attese con me in salotto l’arrivo del magistrato. Anche lui non mostrava grande interesse per il cadavere disteso in cucina. Mi chiese di alcuni libri mentre continuava ad osservare i titoli, piegandosi verso destra o verso sinistra a seconda di com’erano disposti sulle mensole.

Mi sembrò interessato alla letteratura e così provai a spiegare il malessere di quella infausta mattina. Provai a sfogare tutto ciò che avevo dentro di me riguardo ai libri. Lui si disinteressò alle mie parole. Era soltanto incuriosito dai titoli. Voleva che io spiegassi perché i titoli dei libri sono così poco chiari.

- Prenda Pinocchio – mi disse -; mica capisco dal titolo che è un burattino che poi diventa bambino. Non lo capisco dal titolo. Invece dovrei avere più informazioni.

Ebbi qualche difficoltà a giustificare titoli come Robinson Crusoe o I Malavoglia rispetto alle storie che i libri contenevano. Provai a spiegare, per salvaguardare gli autori, che spesso sono le case editrici a scegliere il titolo definitivo, soprattutto per le opere degli scrittori più giovani, che hanno ancora poco potere contrattuale. Provai a dire che, alla fine, il titolo di un libro è come il nome di una persona: anche se brutto, dopo un po’ non può essere cambiato perché quella persona o quel libro sono un tutt’uno con il nome o con il titolo.

Cercavo di spiegare ma ero poco convincente. Non riuscivo a concentrarmi sulle parole da usare per persuadere. Tornava continuamente a tormentarmi il pensiero del mio nuovo atteggiamento nei confronti dei libri. Era un pensiero che mi torturava perché pensavo di essermi ammalato, di essere diventato un lettore malato.

In cucina, intanto, erano arrivati quelli della Polizia Scientifica. Il poliziotto che mi teneva compagnia mi disse che erano gli stessi che avevano lavorato nella villetta di Cogne per la vicenda del piccolo Samuele e poi vicino Parma per quella storiaccia del piccolo Tommaso.

Lo disse come per dare importanza a quello che io e lui stavamo facendo.

- Sicuramente la inviteranno in qualche trasmissione televisiva – mi confidò -. Lei parla bene. Approfitti di quelle occasioni per mettersi in evidenza. Quando finirà questa storia, magari ci guadagna qualcosa. Ecco, magari questa cosa che ha detto a me, che lei legge come un morto che sta morendo, è una cosa che può interessare. È originale…

Nell’altra stanza avevano impacchettato il cadavere e erano lì lì per portarlo via. Il magistrato venne da me a presentarsi e a chiedermi come stessi.

Risposi che andava tutto bene, tranne che per quel brutto pensiero che mi aveva sorpreso in mattinata.

Lui sembrò davvero molto incuriosito dalla mia riflessione e cominciò a pormi tutta una serie di domande, persino molto personali. Era tutta una serie di curiosità che ormai nessuno ha nei confronti del prossimo. Il magistrato, invece, con la sua eleganza e con il suo interesse nei confronti del prossimo, sembrava davvero un uomo di altri tempi.

Avevo sempre desiderato un colloquio così, tale e quale a quello che l’uomo di legge conduceva con tanta perizia. Riuscivo finalmente a parlare di me stesso. Per esempio del fatto che avessi trovato quell’uomo disteso in casa non di ritorno da una passeggiata qualsiasi ma tornando dall’edicola, perché io tutte le domeniche vado a comprarmi il mio Sole24Ore e butto via tutto il giornale tranne l’inserto letterario settimanale.

A lui parlai della mia solitudine e di quella maledetta malattia, quella mania di leggere i libri desiderando la loro fine. Mentre ne parlavo con lui pensai che forse desideravo la loro fine perché, piano piano, ormai mi ero innamorato della mia solitudine e l’ultima pagina del libro mi riportava in quella condizione beata che ormai era parte importantissima della mia vita. Ascoltò con interesse persino questa mia ipotesi improvvisata, pensata lì per lì, mentre parlavo con lui.

Gli raccontai che la mia solitudine era una scelta. Che non avevo vissuto sempre da solo. Che nella mia vita c’era stato Giacinto. Parlai di lui dopo tanti anni di silenzio. Dissi che era passato davvero tanto tempo. Che con lui avevo viaggiato e amato l’arte. Avevamo passato insieme molte serate invernali a leggere, uno accanto all’altro. Avevamo immaginato l’apertura di una libreria per sostenerci facendo un lavoro piacevole e per stare insieme tutto il giorno. Ma era passato così tanto tempo dal giorno in cui avevamo deciso di dividere le nostre strade. In verità, non ero stato io a decidere. Non mi ero opposto, però, perché mi piaceva pensare che l’amore fosse anche rispettare le scelte che l’altra persona fa.

Chissà cosa faceva Giacinto ora. Il magistrato continuava a chiedere di lui. Io sentivo forte il desiderio di rivederlo. Lui avrebbe trovato sicuramente una spiegazione a quel malessere relativo ai libri, a quella depressione bibliofila che pensavo di avere. Ma quanti anni erano passati? Troppi! Non l’avrei riconosciuto. Se avesse bussato alla mia porta, o se fosse entrato con le sue chiavi per attendere il mio rientro e farmi una sorpresa, avrei avuto grosse difficoltà nel riconoscerlo. Non sono mai stato molto fisionomista. Spesso faccio delle figuracce perché non saluto le persone che mi hanno presentato soltanto pochi giorni prima. Anche Giacinto si lamentava spesso di questo mio difetto.

I poliziotti, intanto, avevano chiuso la mia cucina. Non volevano che altri vi mettessero piede prima di aver capito come e perché quel morto si trovava in casa mia. Il magistrato mi fece portare un caffè dal bar sotto casa. La chiacchierata con lui era finita e, anche se ero molto stanco, mi dispiaceva molto. Avrei voluto parlare ancora di me. Il poliziotto che in mattinata mi aveva tenuto compagnia mi fece un sorriso dal corridoio.

 



Il racconto è stato pubblicato in "Graphie", Cesena, 2007




Giovanni Petta - Amarene

Giovanni Petta - Merida